Mafiaville, di Gabriele Cantella

 
Gabriele Cantella firma un nuovo romanzo, una storia indubbiamente forte, in cui ha saputo sapientemente amalgamare un violento fatto di cronaca ad una "fiction" solida e realistica. Mafiaville, iDobloni Edizioni, sono certa non vi lascerà indifferenti...

Autore: Gabriele Cantella
Pubblicato: 13 maggio 2026
Editore: iDobloni Edizioni
Genere: Noir
Pagine: 200


TRAMA


A Gela, negli anni ’80, la città è un gioco in scatola. Le strade sono caselle. I quartieri proprietà. Gli uomini pedine.
Cosa Nostra e Stidda se la spartiscono come su un tabellone: si compra, si conquista, si elimina. Solo che qui non si paga in denaro, ma in sangue. Tano U Trunzu, sicario infallibile e ambizioso, deve reclutare un esercito di ragazzini pronti a uccidere per salvare il suo clan. Dall’altra parte, Turi U Mulu, figlio del capo della Stidda, vuole chiudere la partita una volta per tutte e prendersi la città. Ogni mossa è un omicidio. Ogni errore è una condanna. Perché a Gela il piombo è democratico. E chi esce dal gioco, non rientra più.


“Le guerre della fantasia non fanno vittime. Le spadine di legno non uccidono. Le guerre di mafia, invece, lasciano morti sulle strade. Le pistole ammazzano. Ma questo i bambini non lo sanno”.

Inferno. È questo ciò che si pensa se si chiudono gli occhi, poiché il rumore degli spari imperversa per minuti che sembrano ore, giorni, mesi, nella città. 
Inferno. È questo ciò che si vede nel momento in cui si aprono gli occhi, poiché quello che colpirà sarà la vista del sangue sparso ovunque, della disperazione, della morte.

È un cielo cupo quello che sovrasta la città di Gela
Un cielo in cui la speranza ormai non ha più senso di esistere, poiché la paura e la violenza hanno preso il sopravvento. 
Nessuno è più al sicuro: bambini, adulti, brava gente. È pericoloso uscire di casa, rischioso addentrarsi in un negozio, camminare sul marciapiede, colloquiare in un bar.

L’odore della morte è perennemente in agguato poiché i membri di Cosa Nostra e la Stidda non si fanno remore a distruggersi a vicenda per il dominio della città. 
“Arruolare” picciriddi poco più che bambini pronti a uccidere con l’illusione di soldi, bella vita, onore. Che resterà solo un’illusione, poiché la bramosia di potere e le lotte affinché ci sia un solo padrone a dettare legge annienteranno tutto il resto. 
Non conta chi troveranno sul proprio cammino. La legge del più forte, della corruzione, dell’estorsione, del traffico della droga si è infiltrata nella città come un cancro difficile da estirpare. 
Non c’è cura, se non il coraggio di essere diversi, il coraggio di morire.

Anche il Cristo Nero del Carmine, il Santo patrono della città di Gela, è ormai rassegnato in quanto sa che non può fare niente per proteggerla, al contrario del passato, in cui l'aveva salvata dalla siccità e poi ancora dal terremoto.  Ma non è una calamità naturale questa volta a minacciarla, ma i suoi abitanti che si ammazzano tra loro e inevitabilmente, di fronte a questa che è una storia scritta, come fosse stata incisa nella pietra, non può far altro che restare appeso sopra l'altare maggiore, immobile, rassegnato, muto.

“A Gela si sparava. Si moriva per strada. Senza colpa. Senza ragione. Il proiettile diretto a questo poteva finire addosso a quell'altro per caso. Gela era un tabellone del Monopoli a grandezza naturale. Su cui i gelesi si muovevano come pedine dopo il lancio dei dadi”. Ogni giorno, in qualunque istante, uscire di casa per andare al lavoro o a fare la spesa equivaleva a essere spediti al fronte.

Gabriele Cantella ha saputo far coesistere tra loro micro a macro-storia. La città nella sua totalità ne fa parte, trovandosi coinvolta costantemente in quella che è la realtà di due cosche mafiose. 
Nessuno è escluso, nessuno è immune
Ciò che essi decidono di fare è quello che si riversa quotidianamente sulle vite comuni, sulla gente innocente, a volte ignara, spesso impotente ma innegabilmente terrorizzata di fronte a ciò che avviene.

L’italiano si mischia al dialetto, riuscendo a creare una sorta di familiarità nel lettore, minimamente estraniante. 
Il registro narrativo è duro, crudo, diretto, privo di ogni forma di idealizzazione e mediazioni, non dà adito a dubbi su quello che accade, non risparmia nessuno. 
Diretto, dannato, ci restituisce un’immagine nitida di ambienti, pressione, inquietudine, angoscia, strafottenza della criminalità organizzata che lotta, armi alla mano, per detenere le redini del potere assoluto.

Dalle pagine “insanguinate” ne esce un messaggio potente e giusto che, come un grido forte e disperato, fa rivivere un fatto, un periodo, una forma mentis che si avvale di leggi e codici propri capaci solo di distruggere, sottomettere, incutere terrore, minacciare, togliendo il respiro per molto tempo a chi è stato costretto a subirli.
Perché il dolore, quando è grande, quando è vero, da urlo diventa silenzio. E in quegli anni, in quei giorni, fatta eccezione per il rumore degli spari, a Gela imperversava, ridondante, solo silenzio.

Excursus finale capace di emozionare.

Complimenti a Gabriele Cantella per questo testo audace, impattante, che passando attraverso fatti di cronaca attinenti alla “Strage di Gela” degli anni 90’ si dipana successivamente in una sorta di crime fiction in chiave noir solida e realistica che, pur non volendo essere didascalico, è in grado di scuotere, impressionare e lasciare un segno nel lettore.


SABRINA

 



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